I segni della transumanza nella cultura pastorale arcaica
Gregge a riposo lungo il tratturo
Per migliaia di anni l’uomo ha vissuto da nomade. Le prime comunità umane si basavano sul nomadismo per la sopravvivenza e per l’approvvigionamento di cibo. Il sistema integrato dei cosiddetti cacciatori-raccoglitori è stato per centinaia di migliaia di anni alla base dello stile di vita dell’uomo. Ad esso si affiancò progressivamente un lento processo di domesticazione e di selezione di animali che si adattarono così alla convivenza con l’uomo e divennero sempre più utili: ovini, bovini e suini. In particolare l’allevamento di ovini e bovini sfruttò l’attitudine di queste specie agli spostamenti e la loro capacità di procacciarsi cibo anche in condizioni disagiate. L’uomo e gli animali hanno quindi iniziato un percorso di vita comune sin da età remote.
I segni che questo modello ha prodotto sono visibili proprio nei percorsi battuti già dalle popolazioni dell’età del Bronzo e del Ferro lungo i crinali appenninici e le vie d’altura, percorsi obbligati dalle necessità degli armenti. Gli spostamenti periodici, cadenzati dalle stagioni, furono denominati in seguito con il termine transumanza. Essi comportarono, per le popolazioni coinvolte, una dinamica continua di scambi culturali ed economici con altre genti, oltreché una strutturazione delle loro società fortemente legata al ruolo che la pastorizia svolgeva nel gruppo. Così ad esempio nella cultura irpina dell’età del Ferro, ma potremmo dire dell’intera dorsale appenninica, alle donne viene quasi sempre affidata una funzione produttiva legata alla lavorazione delle materie prime ricavate dagli animali, su tutte la cardatura e la filatura della lana.
Le sepolture dell’età del Ferro in Irpinia rimandano al ruolo che questa terra ha avuto come luogo di scambio e di commercializzazione dei prodotti provenienti dalla pastorizia. Ciò ha permesso a questa terra, per migliaia di anni, di trovarsi al centro di uno scambio culturale intenso e proficuo e di configurarsi non come un’area isolata ed interna, bensì come una “terra di mezzo”, protagonista attiva della storia delle comunità pastorali appenniniche.



