L'Unità d'Italia e il brigantaggio
L'Irpinia, dopo aver partecipato ai moti insurrezionali del 1820-1821 e al Risorgimento, tra il 1860 e il 1861 fu annessa al Regno d'Italia. Anche qui, come in gran parte del Sud della Penisola, tra il 1860 e il 1865 imperversarono numerose bande di malfattori, dando vita al fenomeno del brigantaggio meridionale, testimonianza del profondo disagio socio-economico in cui si erano ritrovate le classi sociali più deboli all'indomani dell'Unità di'Italia.
In seguito alla caduta del regime borbonico, sconfitto dall'esercito dei volontari garibaldini, il Meridione era stato infatti annesso al Regno d'Italia, presentandosi tuttavia in condizioni di profonda arretratezza e di grande squilibrio sociale. La conseguenza inevitabile di tale disagio sociale era stato lo scoppio di una violenta rivolta popolare in tutta la parte continentale dell'ex regno delle due Sicilie, con una diffusione massiccia nell'area compresa tra l'Irpinia, la Basilicata, il Casertano e la Puglia. Guidati da ex braccianti, disertori, ex soldati borbonici o garibaldini, decine di migliaia di ribelli si erano rifugiati nelle zone montuose più impervie, da dove organizzarono numerosi interventi di incursioni contro i ricchi proprietari terrieri. Uno dei protagonisti indiscussi del brigantaggio nell'area irpina fu Carmine Crocco, detto “Donatelli”, capo di una forte e temuta banda a cavallo che aveva le proprie roccaforti tra il Vulture e l'Alta Irpinia e che a partire dal 1861 aveva dato il via ad una grande insurrezione nel territorio melfese. Circa tre anni dopo, nell'estate del 1864, Crocco decise di abbandonare definitivamente la lotta, rifugiandosi a Roma e segnando, di fatto, il tracollo del brigantaggio in Alta Irpinia. Processato dalle autorità italiane a Potenza, Crocco fu poi condannato all'ergastolo.



